la verità sul genociodio e la trappola di netanyahu

Quando l’umanitario diventa strategia militare

C’è un numero che pesa come un macigno: 800.000 persone. È il numero di uomini, donne e bambini che il governo israeliano ha ordinato di evacuare da Gaza City, un’area ridotta ormai a 14 km² di macerie. Una superficie che equivale grosso modo al perimetro del Parco dell’Appia Antica di Roma. Immaginate di concentrare quasi un milione di persone lì dentro, senza acqua, senza elettricità, senza fogne, con l’inverno alle porte.

La nuova operazione, annunciata con la freddezza di un comunicato militare, prevede l’impiego di 2.000 soldati e circa 100 veicoli blindati, con un’azione sistematica “blocco per blocco”: prima i bombardamenti aerei, poi l’ingresso delle truppe di terra, fino alla completa occupazione di ogni settore. Una strategia di strangolamento progressivo, destinata a spingere la popolazione verso una cosiddetta “città umanitaria” che, chi ha potuto vederla, descrive come una distesa di polvere e rovine.

La narrazione ufficiale parla di “aiuti che stanno entrando”, di “corridoi sicuri”, di “tonnellate di cibo e materiale sanitario”. Ma chi conosce Gaza sa che queste aperture sono mirate, selettive: servono a indirizzare il flusso umano verso un luogo di concentrazione, una sorta di gabbia logistica dove l’esercito mantiene il controllo totale. La trappola è tutta qui: offrire cibo e sopravvivenza come calamita, per poi chiudere il recinto.

Questa non è soltanto una questione di diritto internazionale – già ampiamente violato – ma di etica politica. Qual è l’equazione che porta i governi a voltarsi dall’altra parte? Quanto vale il silenzio diplomatico di fronte a un’operazione che rischia di trasformare un intero popolo in profugo permanente?

La mossa di Netanyahu è una strategia a lungo termine: spezzare la resistenza non solo militare, ma psicologica, generare un esodo che possa ridisegnare la geografia umana di Gaza per i prossimi decenni. La trappola non è solo militare: è culturale, economica, simbolica. Mira a cancellare l’idea stessa di ritorno, a ridurre la Palestina a una questione puramente amministrativa.

Ma c’è un rischio: nel tentativo di “normalizzare” Gaza, Israele rischia di alimentare un ciclo infinito di radicalizzazione. Un popolo costretto a scegliere tra fame e fuga non dimentica. E l’inverno che sta arrivando non sarà solo climatico: sarà un inverno politico e morale che metterà alla prova la coscienza di tutta la comunità internazionale.

La storia giudicherà se questa strategia sarà ricordata come un atto di “sicurezza nazionale” o come la più sofisticata delle trappole, quella che intrappola la nostra capacità di indignarci.

le altre notizie

Rivista ARTELOGIA.it
0 views
0 views
0 views
0 views
0 views
0 views
0 views
0 views
0 views
0 views
0 views
0 views
1 view
0 views
0 views
0 views
1 view
1 view
0 views
6 views
0 views
1 view
38 views
13 views
33 views
61 views
18 views
35 views
52 views
44 views
20 views
48 views
80 views
46 views
49 views
74 views
49 views
72 views
6 views
12 views