Lo Sbeffeggio Ludopatico – Un’irriverenza necessaria Ciclo ICONOCLASTICA di Luciano Di Gregorio Nel panorama dell’arte contemporanea, l’opera “Lo Sbeffeggio Ludopatico” di Luciano Di Gregorio, appartenente al ciclo ICONOCLASTICA, si impone come un cortocircuito visivo e concettuale, capace di fondere ironia e critica sociale in un’unica, sorprendente immagine. Il fotografo costruisce un ritratto che richiama la pittura fiamminga e barocca, per impostazione luministica e per la rigidità teatrale della posa. Tuttavia, la compostezza viene subito incrinata da elementi di dissonanza: la bambina mostra la lingua con un ghigno beffardo, tiene un pastello tra i denti come fosse un’arma giocosa, e soprattutto indossa un collare elisabettiano decorato da piccoli cuori, segni di una giocosa decadenza. Sul capo, a completare l’atto iconoclasta, un fragile castello di carte: simbolo del vizio, della precarietà, e della compulsione ludica. Di Gregorio gioca volutamente con la tensione tra codici alti e bassi, tra il rigore delle convenzioni estetiche e la carica dissacrante del gesto infantile. L’immagine diventa così un’allegoria della ludopatia: un gioco che non è più innocente, che trasforma il divertimento in ossessione, e che qui viene ridicolizzato, privato della sua aura tragica attraverso lo sberleffo. Il titolo stesso, Lo Sbeffeggio Ludopatico, è un ossimoro concettuale: la malattia sociale del gioco d’azzardo, una delle nuove schiavitù del nostro tempo, viene affrontata con leggerezza, come se un bambino la irridesse con la lingua di fuori. È proprio in questo scarto che risiede la forza dell’opera: la critica non passa per il moralismo, ma per la risata, per la parodia che disarma. L’artista, con il ciclo ICONOCLASTICA, sembra proporre una riflessione più ampia sul ruolo dell’immagine oggi: icona e idolo da distruggere, smontare, desacralizzare. Come un’eco lontana di Dada e Surrealismo, ma attualizzata nella fotografia concettuale, Di Gregorio ridisegna i confini tra sacro e profano, tra arte alta e cultura pop, tra dramma e gioco. In definitiva, “Lo Sbeffeggio Ludopatico” non è solo un ritratto ironico: è un atto politico, un invito a guardare in faccia le contraddizioni del presente senza paura di riderne. Perché, come l’artista sembra suggerire, anche la risata può essere un’arma iconoclastica.
Arte in TV: da Frankenstein ai Bronzi di Riace, passando per Vermeer e Mondrian
Arte in TV: da Frankenstein ai Bronzi di Riace, passando per Vermeer e Mondrian L’ultima settimana di agosto porta sul piccolo schermo una ricca offerta dedicata all’arte e alla cultura, tra documentari, serie e mostre raccontate in esclusiva. Ecco gli appuntamenti da non perdere. Sky Arte: miti, leggende e musei italiani Lunedì 25 agosto debutta Il mio nome è leggenda, una serie in sei episodi ideata da Bottega Finzioni e condotta da Matilda De Angelis, che indaga le radici reali di alcuni personaggi iconici della nostra immaginazione. Ore 21.15 – Frankenstein sono io: a Bologna la scienza del fisico Giovanni Aldini incontra la letteratura di Mary Shelley. Ore 21.55 – La ragazza del boop-boop-a-doop: la storia di Helen Kane, musa di Betty Boop. A seguire episodi dedicati a Zorro, Pippi Calzelunghe, Indiana Jones e Dracula. Martedì 26 agosto, dalle 21.15, spazio alla seconda stagione di Musei, con una maratona di otto episodi narrati da Lella Costa. Un viaggio nei più importanti musei italiani, dagli Uffizi al Palazzo Ducale di Urbino, dalla Ca’ d’Oro di Venezia al Museo Archeologico di Reggio Calabria, fino al cuore della Camera degli Sposi di Mantegna a Mantova. Giovedì 28 agosto alle 19.35 Sky Arte propone Vermeer – The Greatest Exhibition, che porta lo spettatore al Rijksmuseum di Amsterdam per scoprire la più grande mostra mai dedicata al pittore olandese. Rai Storia: Mondrian e l’astrazione geometrica Sempre questa settimana, Rai Storia dedica un approfondimento a Piet Mondrian nella rubrica Iconologie quotidiane. Protagonista è la Composizione No. II (1919-1921), analizzata dallo storico dell’arte Rodolfo Papa. Un’occasione per ripercorrere l’evoluzione verso l’astrazione e il rapporto dell’artista con il gruppo De Stijl, tra rigore geometrico e colori primari. Arte.tv: Cézanne pioniere Sulla piattaforma Arte.tv è disponibile fino al 26 settembre il documentario Paul Cézanne. Pioniere dell’arte moderna, realizzato in occasione della riapertura della residenza di famiglia ad Aix-en-Provence. Un viaggio nella vita e nelle opere del maestro francese, punto di snodo tra impressionismo e avanguardie. In sintesi La settimana televisiva regala al pubblico un mosaico di storie e visioni: dalla scienza che si fa mito con Frankenstein, alle sale dei grandi musei italiani, fino ai maestri che hanno rivoluzionato l’arte europea come Vermeer, Mondrian e Cézanne. Un calendario che accompagna verso la fine dell’estate con lo sguardo rivolto alla bellezza.
La fragilità del mito alato – Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art
La fragilità del mito alato Luciano Di Gregorio vince il Premio Caramanico Terme 2025 – Sezione Fotografia e Digital Art Il 23 agosto 2025, nelle atmosfere dense di memoria dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme (PE), si è svolta l’VIII edizione del Premio Caramanico Terme, una rassegna ormai punto di riferimento per le arti visive contemporanee in Abruzzo. La manifestazione, capace di coniugare tradizione e sperimentazione, ha premiato quest’anno, per la sezione dedicata alla Fotografia e Digital Art, l’opera Fragilità (2022) di Luciano Di Gregorio. L’opera Di Gregorio presenta un cavallo alato, reminiscenza mitologica di Pegaso, riletto in chiave contemporanea attraverso un linguaggio ibrido che fonde fotografia, manipolazione digitale e stratificazione pittorica. La figura emerge come un’apparizione lacerata: il corpo equino, attraversato da venature incandescenti e da fenditure di luce, appare fragile e allo stesso tempo possente. La superficie è incrinata da frammenti, piume e scintille rosse che evocano energia vitale, ma anche vulnerabilità e caducità. L’animale mitico non è più simbolo di pura elevazione eroica: il suo slancio sembra spezzato, contaminato da elementi organici e da tracce materiche che riportano il sogno a una condizione terrena. In questo senso il titolo, Fragilità, si fa chiave interpretativa: il mito sopravvive, ma non come icona intatta, bensì come corpo vivo, ferito, continuamente in trasformazione. Critica e visione L’opera di Di Gregorio si colloca in una linea di ricerca che interroga il rapporto tra mito e contemporaneità, tra eternità simbolica e precarietà del presente. L’uso della digital art non è qui esercizio estetico, ma linguaggio capace di tradurre la tensione del nostro tempo: l’energia della creazione e la disgregazione che la accompagna. La composizione, che alterna pieni e vuoti, coaguli cromatici e spazi rarefatti, rivela una sensibilità che guarda tanto alla pittura informale quanto alle possibilità generative del digitale. L’effetto finale è quello di un’immagine pulsante, in equilibrio tra attrazione e inquietudine, dove lo spettatore è invitato a riconoscere la fragilità come valore e come esperienza universale. Il contesto dell’evento Il Premio Caramanico Terme si conferma così un laboratorio privilegiato per la riflessione artistica. La scelta dell’ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme come sede non è casuale: un luogo che incarna la stratificazione storica e che diventa contenitore ideale per opere capaci di dialogare con il tempo, rinnovando significati e immaginari. L’assegnazione a Luciano Di Gregorio del primo premio per la sezione Fotografia e Digital Art segna un riconoscimento importante alla ricerca contemporanea che, pur muovendosi tra pixel e algoritmi, non dimentica la forza archetipica delle immagini. Fragilità dimostra che il mito può rinascere, ma solo se accetta di mostrarsi nella sua vulnerabilità, specchio dell’umano e delle sue metamorfosi.
I VINCITORI del “Premio Caramanico Terme 2025: la nostra rivista celebra Silviano Scardecchia con un riconoscimento speciale”
Il 23 agosto 2025, negli spazi suggestivi dell’Ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme(PE), si è svolta l’VIII edizione del Premio Caramanico Terme, appuntamento ormai consolidato per il panorama artistico italiano. La giuria, composta dal presidente Mario Costantini, dalla professoressa Anna Gobbi, dagli artisti Silvio Formichetti e Gerardo Lizza e dal critico d’arte Aleardo Rubini, ha visionato con attenzione le opere esposte sotto la curatela dell’Associazione PESCARART&Co., riconoscendo un livello qualitativo di straordinaria eccellenza. Pittura e Disegno: la forza delle immagini interiori Ad aggiudicarsi il primo premio nella sezione Pittura/Disegno è Patrizia D’Andrea con l’opera Credevo fosse amore (2024). Un lavoro di intensa profondità, in cui segni, trame e simboli pittorici si intrecciano in una metamorfosi che interroga lo spettatore sul confine tra sentimento e illusione. Secondo posto a Monica Chiavarini per Eterea-mente (2023), composizione di grande leggerezza concettuale e formale, mentre il terzo premio è andato ad Antonio Perilli con Paesaggio 232 (2025), paesaggio contemporaneo che rilegge la tradizione attraverso un linguaggio personale e innovativo. Scultura e Installazioni: il corpo della solitudine Nella sezione Scultura/Installazioni si è imposto Tiziano Aldo Tiberii con Solitudine (2025), un’opera che, attraverso la forma fetale, dà corpo al tema universale dell’isolamento esistenziale. La sapiente unione di legni scolpiti crea un’immagine che emoziona e interroga. Il secondo premio è andato a Giorgio Piunti con Avanguardie (2021/2023/2025), mentre il terzo riconoscimento ha premiato la ricerca di Marco e Sara Fattori con La porta della notte (2020), installazione capace di evocare una dimensione sospesa tra simbolo e sogno. Fotografia e Digital Art: la fragilità dell’immaginario Per la sezione dedicata a Fotografia e Digital Art, il primo premio è stato conferito a Luciano Di Gregorio per Fragilità (2022), dove il mito del cavallo alato si rinnova in una visione dinamica, in cui i colori si coagulano e si trasformano in forme pulsanti. Il secondo premio è stato assegnato a Danilo Susi con Le forme inaspettate dell’acqua (2019), indagine poetica sulla materia fluida e sulle sue metamorfosi. Il terzo posto ha visto premiato Giancarlo Micaroni con Il pensiero genera la materia (2023), opera di potente suggestione concettuale. Premi speciali e menzioni Oltre ai vincitori delle sezioni principali, la giuria ha assegnato il Premio Giuria “Ex Aequo” a Lucia Ruggieri, Paolo Di Nozzi, Andrea Malandra e Teodosio Campanelli, a testimonianza di una pluralità di talenti emergenti. Il Premio Catalogo è stato conferito a Pio Serafini, mentre le menzioni in ordine di punteggio hanno riconosciuto il valore delle opere di Alfredo Di Bacco, Francesca Toro, Matteo Fusco, Lucia Di Miceli, Francesco Mehagnoul e Sergio Guerrini. Il Premio Artelogia.it come miglior Reportage delle emozioni è stato conferito a Silviano Scardecchia, con Presenze – Auroreali trasforma l’alba in poesia visiva, dove figure sull’acqua evocano silenzio, armonia e meraviglia, legando l’uomo al mare. Un ponte tra tradizione e futuro L’VIII Premio Caramanico Terme si conferma un osservatorio privilegiato sull’arte contemporanea, capace di mettere in dialogo linguaggi differenti – dalla pittura alla fotografia digitale – con un approccio critico e innovativo. Le opere premiate, pur diverse per tecnica e ispirazione, condividono un comune denominatore: la capacità di tradurre l’esperienza individuale in visioni universali, invitando lo spettatore a interrogarsi sul rapporto tra arte, vita e società.
Giordano Bruno, Pasolini e la libertà di pensiero: l’intervento di Paola Pau al VIII Premio Caramanico Terme
Giordano Bruno, Pasolini e la libertà di pensiero: l’intervento di Paola Pau a Caramanico Terme Caramanico Terme, Ex Convento delle Clarisse – VIII Premio Caramanico Terme, mostra “Il pensiero genera la materia” Un filo rosso lega Giordano Bruno a Pier Paolo Pasolini: la libertà di pensiero. È questo il tema che la Dottoressa Paola Pau, presidente del Consiglio del X Municipio di Ostia, ha scelto di raccontare nel suo intervento durante l’inaugurazione della mostra Il pensiero genera la materia, nell’ambito del VIII Premio Caramanico Terme. Giordano Bruno, il pensiero al centro dell’esistenza Parlare di Giordano Bruno, ha sottolineato Pau, è un compito arduo, quasi impossibile. Eppure è inevitabile, soprattutto per chi vive a Roma e ogni giorno incrocia la memoria del filosofo in Piazza Campo de’ Fiori. Bruno, con il suo pensiero, pose al centro dell’esistenza la forza immateriale dell’intelletto e non la materia. Una visione radicale, rivoluzionaria per il suo tempo, che lo condusse al rogo nel 1600. «Dire che Dio è immanente, che è ovunque e non trascendente – ha ricordato Pau – significava allora affermare un’eresia. Bruno non rinnegò mai il suo pensiero, nemmeno sotto torture insopportabili». Il monumento che oggi domina Campo de’ Fiori, eretto a fine Ottocento, è così diventato un simbolo universale di libertà intellettuale e artistica. Pasolini, erede della stessa libertà Il legame con Pasolini nasce proprio nel cuore di Roma. Quando lo scrittore, poeta e regista fu assassinato a Ostia nel 1975, la sua celebrazione laica avvenne davanti al monumento a Bruno. Un gesto che univa due figure diversissime, ma entrambe martiri della libertà di pensiero. Pau ha rievocato quel momento con grande partecipazione personale: «Ricordo la folla di intellettuali e l’urlo disperato di Ninetto Davoli, “Pier Paolo non c’è più, aiutatemi”. Con Moravia distrutto dal dolore che riuscì solo a dire: “È l’intellettuale più libero che c’è”». Bellezza, poesia e ribellione Nel suo discorso, Pau ha toccato anche il tema della bellezza, spesso abusato come parola vuota, ma che invece deve ritrovare concretezza attraverso l’arte e il pensiero. Ha ricordato inoltre che le grandi rivoluzioni culturali del primo Novecento hanno segnato un’epoca irripetibile, ma che resta ancora possibile ribellarsi con gli strumenti della poesia. Citazione d’obbligo di Pasolini: «La poesia non è morta, riconquisiamola». Un invito a recuperare il linguaggio poetico come forma di resistenza culturale e spirituale. Un pensiero che genera materia Chiudendo il suo intervento, Pau ha evocato un passo di Giordano Bruno che racchiude lo spirito della mostra: «I filosofi sono in qualche modo pittori e poeti, i poeti sono pittori e filosofi, i pittori sono filosofi e poeti. Donde i veri poeti, i veri pittori, i veri filosofi si prediligono l’un l’altro e si ammirano». Una riflessione che restituisce la forza di un pensiero capace di generare materia, arte e libertà.
Enrico Manera: «Giancarlo Costanzo è il tramite che unisce artisti e spirito»
Le considerazioni del maestro sulla mostra di arti visive Il pensiero genera la materia a Caramanico Terme Nella suggestiva cornice dell’ex convento delle Clarisse di Caramanico Terme, oggi spazio sconsacrato ma ancora carico di memoria e di architettura imponente, si è tenuta la mostra di arti visive Il pensiero genera la materia. Un evento che ha visto al centro l’opera instancabile del curatore Giancarlo Costanzo, figura capace di contaminare, intrecciare e mettere in dialogo sensibilità artistiche diverse. Il maestro Enrico Manera, intervenendo durante l’inaugurazione, ha sottolineato con forza il ruolo fondamentale svolto da Costanzo nel panorama culturale: «Se non ci fosse, dovrei inventarlo ! È una persona che contamina: negli anni è riuscito a convocare artisti di grande fama e ad affiancarli a giovani emergenti o a chi crea per pura passione. La sua empatia convince e muove, trasmette sofferenza e bellezza, riuscendo a trasformare l’arte in un ponte tra mondi differenti». Manera ha ricordato come il curatore abbia saputo aprire spazi e contatti preziosi, citando ad esempio la partecipazione di artisti di rilievo come Marotta e come il suo lavoro abbia favorito un ampliamento continuo delle relazioni culturali. Il maestro ha poi invitato il pubblico e gli artisti presenti a non dimenticare le parole di Virgilio, maestro di Dante: «Lo spirito regge il mondo, lo pervade e lo anima». Un richiamo al valore universale dell’arte che, in tempi difficili, diventa «medicina dell’occhio e dell’anima», capace di restituire speranza e coraggio. Non sono mancati riferimenti all’attualità: Manera ha parlato di un’epoca «un po’ triste ed offuscata dalla prepotenza», sottolineando però come il compito degli artisti resti quello di «lanciare un verbo positivo» e di generare energia creativa nonostante le difficoltà. Infine, un ringraziamento all’amministrazione comunale e al sindaco di Caramanico Terme per aver dato spazio e sostegno ad un evento che restituisce valore alla comunità: «Le amministrazioni che investono nella cultura meritano rispetto ed amore. Costanzo è il tramite che rende possibile tutto questo». La mostra Il pensiero genera la materia si conferma così non solo un appuntamento espositivo, ma anche un’occasione di riflessione sulla funzione sociale ed etica dell’arte, capace di unire passato e presente, memoria e visione.
Ian Davenport porta i suoi colori a Todi
Ian Davenport porta i suoi colori a Todi Dal 31 agosto al 5 ottobre 2025, la Sala delle Pietre del Palazzo del Popolo ospita Holding Center, la personale del grande artista britannico Todi torna a essere palcoscenico internazionale per l’arte contemporanea. Dopo aver accolto maestri come Pomodoro, Plessi e di Suvero, la città umbra dedica la sua prossima stagione espositiva a Ian Davenport (Sidcup, 1966), tra i protagonisti della generazione degli Young British Artists. La mostra, curata da Marco Tonelli e intitolata Holding Center, sarà visitabile dal 31 agosto al 5 ottobre 2025 alla Sala delle Pietre del Palazzo del Popolo. In esposizione alcune delle celebri pitture-installazioni che trasformano la bidimensionalità in esperienza scultorea (Painting with floors), lavori su carta della serie Splats e una video-installazione che animerà il vicino Palazzo del Capitano nei giorni del Todi Festival (30 agosto – 7 settembre). Nominato al Turner Prize già nel 1991, Davenport è noto per le sue colate di colore che diventano architetture dinamiche e immersive. Ha esposto in istituzioni come la Tate Liverpool, il Dallas Contemporary e il Centre Pompidou, e le sue opere sono oggi presenti in prestigiose collezioni museali, dal MoMA di New York al National Museum Wales. L’iniziativa è promossa dal Comune di Todi, dal Todi Festival e dalla Fondazione Progetti Beverly Pepper, che affiancherà la mostra con un ricco programma di eventi collaterali gratuiti, tra visite guidate e laboratori per bambini e scuole. Ingresso libero. 🔗 todifestival.it
ICONOCLASTICA: tra sacro e profano, il volto dell’umano a Caramanico (PE)
ICONOCLASTICA è una raccolta visiva creata dall’artista Luciano Di Gregorio per la Rivista Artelogia.it che scardina i confini tra tradizione e contemporaneità, rievocando l’iconografia religiosa con un linguaggio carico di simboli perturbanti. L’insieme delle immagini non è una semplice galleria di ritratti: è una liturgia visiva che mette in scena i corpi, i volti e i simboli come campo di battaglia tra il divino e il terreno, tra la venerazione e la dissacrazione. Le. opere saranno esposte in occasione della mostra IL PENSIERO GENERA LA MATERIA all’Ex Convento delle Clarisse, Caramanico Terme (PE) 🗓 23 – 31 Agosto 2025 La ferita del sacro Alcuni volti femminili, segnati da lividi e avvolti in panneggi pallidi, richiamano i martiri delle pale rinascimentali. Lo sguardo spento o carico di dolore richiama la tradizione cristiana della “Pietà”, ma senza consolazione: non vi è redenzione, solo esposizione della fragilità umana. Qui l’aura sacra è ridotta a reliquia estetica, e la spiritualità si trasforma in carne martoriata. Archetipi rielaborati Le madonne, i santi, i re maghi: tutti gli archetipi religiosi sembrano riapparire, ma filtrati da una lente contemporanea che li rende ambigui e inquietanti. La madre che stringe un bambino e al contempo una candela-globo ardente diventa emblema della maternità come custodia del mondo e, insieme, del suo inevitabile consumo. Il riferimento alla Vergine con il Bambino si rovescia in un’icona apocalittica, in cui la devozione lascia spazio al presagio. Corpi eretici Ci sono figure androgine, vestite di fiori o avvolte in abiti neri ricamati di simboli esoterici. Il corpo si fa veicolo di metamorfosi: non più un’identità fissa ma un terreno di contaminazione. L’albino con la donnola richiama Leonardo e i ritratti quattrocenteschi, ma il dettaglio contemporaneo – il trucco, la posa teatrale – apre una breccia ironica e disturbante nella citazione. L’iconoclastia come gesto critico Non mancano i richiami satirici, come il clown vestito da papa che fa il gesto della preghiera mentre mostra la lingua in maniera blasfema. Qui l’iconoclastia è esplicita: la liturgia si trasforma in maschera grottesca, smascherando il potere delle istituzioni religiose ridotte a spettacolo. È un’irriverenza che non nega il sacro, ma lo smonta pezzo per pezzo, costringendoci a interrogare la sua persistenza nella cultura visiva. Un’estetica barocca digitale Esteticamente, le immagini sembrano citare il barocco pittorico: chiaroscuri profondi, panneggi fluidi, pose solenni. Tuttavia, il mezzo fotografico e la manipolazione digitale ne alterano l’aura, trasformandoli in un teatro visivo in cui ogni elemento – un serpente azzurro, un corno, un velo, una fioritura impossibile – diventa simbolo. È un barocco contemporaneo, iperreale, che non rappresenta il divino ma la sua assenza. Conclusione ICONOCLASTICA è un atlante visivo che non cerca di distruggere le icone, ma di rivelarne la potenza residua. Nel farlo, le svuota di dogmi e le riempie di nuove contraddizioni: il sacro diventa politico, il corpo diventa tempio e ferita, la fede diventa teatro. Non è un atto di blasfemia, ma un atto di verità: mostrare come, anche nel nostro presente secolarizzato, viviamo ancora immersi in un immaginario che non sappiamo abbandonare.
Abruzzo, terra di luce e memoria: il Museo dell’Ottocento e il nuovo Rinascimento della pittura abruzzese
In un’Italia spesso abituata a guardare alle grandi capitali dell’arte – Roma, Firenze, Milano – l’Abruzzo sta silenziosamente riemergendo come una delle regioni più fertili per la riflessione critica e la valorizzazione del proprio patrimonio pittorico. Il recente ampliamento del Museo dell’Ottocento Fondazione Di Persio-Pallotta di Pescara, con oltre cinquanta nuove acquisizioni in appena tre anni, non è solo un’operazione collezionistica: è un atto di consapevolezza culturale. Il cuore pulsante di questa rinascita è un’idea precisa: riportare l’Ottocento al centro di un discorso che lo riconosca nella sua complessità, lontano dai luoghi comuni che lo hanno confinato a un ruolo di “arte di transizione” tra Neoclassicismo e Avanguardie. L’Abruzzo, con la sua storia di confine – geograficamente e culturalmente – offre un punto di vista privilegiato per leggere queste dinamiche. Abruzzo e Ottocento: un legame vitale La pittura abruzzese dell’Ottocento, pur spesso intrecciata a centri come Napoli e Roma, ha mantenuto una propria identità, nutrita da un rapporto intimo con il paesaggio. Non è un caso che artisti legati alla regione abbiano saputo coniugare il verismo di scuola meridionale con un lirismo atmosferico che guarda alle esperienze francesi. Le vedute marine, i borghi collinari, i pastori della transumanza, i volti scolpiti dalla fatica e dal sole: sono immagini che, nell’Ottocento, diventano metafora di una resistenza culturale, in cui la natura non è sfondo, ma protagonista. Il ruolo del Museo di Pescara Il Museo dell’Ottocento, fondato dai collezionisti Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta, sta svolgendo una funzione cruciale: costruire un ponte tra la pittura italiana e quella francese, senza dimenticare il radicamento abruzzese. Nelle sale, il dialogo tra Cammarano e i maestri della Scuola di Barbizon non è solo un confronto stilistico, ma una chiave per capire come anche gli artisti formatisi in Abruzzo o di passaggio in regione abbiano assorbito e reinterpretato le lezioni della modernità europea. Dal paesaggio alla memoria Opere come quelle di Federico Rossano, con i loro equilibri tra rigore compositivo e vibrazione luminosa, trovano eco nei pittori che, in Abruzzo, hanno saputo far parlare il paesaggio come documento identitario. La luce dell’Adriatico, il verde argenteo degli ulivi, il chiarore delle vette innevate: elementi che, nelle tele ottocentesche, si trasformano in un linguaggio universale, ma radicato in una geografia precisa. Un laboratorio critico per l’Abruzzo contemporaneo Oggi, il Museo di Pescara non è soltanto un archivio visivo del XIX secolo, ma un laboratorio di rilettura della storia dell’arte abruzzese. Ogni nuova acquisizione non amplia soltanto la collezione, ma diventa pretesto per interrogare la memoria collettiva e riscoprire un’identità artistica che merita di uscire dal cono d’ombra delle grandi narrazioni nazionali. L’arte abruzzese dell’Ottocento, filtrata attraverso la lente del Museo, non appare come un capitolo minore, ma come un tassello fondamentale di un mosaico più ampio: quello di un’Italia che, anche lontano dalle metropoli, ha saputo dialogare con l’Europa, senza perdere la propria voce. Oggi, varcare la soglia del Museo dell’Ottocento significa compiere un doppio viaggio: uno nel tempo, per ritrovare un secolo troppo a lungo frainteso, e uno nello spazio, per riscoprire l’Abruzzo come terra d’arte, luce e memoria.
“Il pensiero genera la materia” – L’Arte in viaggio da Nocciano a Caramanico
“Il pensiero genera la materia” – L’Arte in viaggio da Nocciano a Caramanico Dal 9 al 19 agosto 2025, il Castello De Sterlich-Aliprandi di Nocciano ospita la mostra Il pensiero genera la materia, un’esposizione itinerante che proseguirà dal 23 agosto nell’ex Convento delle Clarisse di Caramanico Terme. L’evento, organizzato dal gallerista Giancarlo Costanzo e presentata dal critico d’arte Andrea Viozzi e dalla giornalista Francesca Di Giuseppe, celebra l’arte contemporanea con un percorso espositivo ricco di suggestioni, tecniche e linguaggi. La mostra si apre con un momento di grande valore simbolico e affettivo: la signora Daniela Fuina ha donato al Museo di Arte Contemporanea di Nocciano una splendida opera del compianto Giancarlo Scianella, maestro indiscusso della scultura italiana del Novecento e figura di spicco dell’Arte Povera. Scianella, artista castellano legato alla tradizione ceramica della sua terra, ha saputo trasformare la materia — terra, acqua, elementi naturali — in forme cariche di energia e significato, inserendosi a pieno titolo accanto a nomi come Fontana, Martini e Arnaldo Pomodoro. L’opera donata, datata 1985, si colloca nel periodo in cui l’artista partecipò per la dodicesima volta al Premio Faenza, dopo importanti riconoscimenti ricevuti anche nel ’75, ’76 e ’79. Un pezzo che arricchisce ulteriormente la già prestigiosa collezione del museo noccianese. Un’esposizione corale L’edizione 2025 si caratterizza per la presenza di 53 opere, cui si aggiungono più di dieci lavori realizzati “a sei mani” dal Gruppo Earth — Alfredo Celli, Fabrizio Mariani e Giancarlo Costanzo — frutto di una ricerca condivisa che dura ormai da oltre un anno. Un approccio complesso, dove la fusione di tre sensibilità su un unico supporto crea risultati inaspettati e potenti. Accanto a loro, i “maestri storici” come Enrico Manera, Antonio Cimino, Giuliano Cotellessa, Ettore Le Donne, Nino De Luca, Alberto Gallingani, e Silvio Formichetti, figura poliedrica e vicina al mondo della critica. Il percorso espositivo è arricchito da pittura, scultura, fotografia e installazioni, creando un dialogo tra linguaggi che rende la mostra una vera esperienza immersiva. Arte come pensiero e testimonianza Il titolo Il pensiero genera la materia, ispirato a una sintesi del pensiero di Giordano Bruno, riflette la vocazione dell’arte contemporanea a superare la pura estetica per farsi veicolo di riflessione. Le opere affrontano tematiche attuali e urgenti: la guerra, la condizione femminile, l’impatto dell’intelligenza artificiale, il progressivo abbandono del libro di carta a favore del digitale. Attraverso un uso espressivo del colore e una pluralità di tecniche, gli artisti esprimono inquietudini, speranze e interrogativi, rifiutando l’atteggiamento dell’“artista struzzo” e scegliendo invece di essere testimoni attivi del proprio tempo. La bellezza visibile e invisibile Come sottolineato dagli organizzatori, la bellezza qui non è solo un fatto estetico, ma un simbolo — nel senso etimologico di “mettere insieme” — che unisce la parte visibile e immediatamente percepibile dell’opera alla sua dimensione invisibile, nascosta, accessibile solo a chi sa guardare oltre l’apparenza. È proprio questa profondità, questa ricerca di senso, a fare della mostra un’occasione rara di incontro tra arte e pensiero. Con Nocciano e Caramanico come tappe di un viaggio che è geografico ma anche concettuale, Il pensiero genera la materia si presenta come un invito a osservare, riflettere e, soprattutto, a lasciarsi trasformare dalla forza della materia quando questa diventa arte.
