A Madrid la prima retrospettiva spagnola dedicata a cinque generazioni di artisti abruzzesi Madrid accoglie, dal 26 settembre all’8 novembre 2025, negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura, la mostra La famiglia Cascella. Oltre il Tempo, un viaggio che attraversa più di un secolo e mezzo di arte italiana. Per la prima volta in Spagna, il pubblico potrà ammirare le opere di cinque generazioni di artisti abruzzesi che hanno saputo reinventare il concetto stesso di tradizione, proiettandolo verso linguaggi sempre nuovi. L’iniziativa è promossa dall’Ambasciata d’Italia a Madrid, dall’Istituto Italiano di Cultura e dal Consiglio Regionale dell’Abruzzo, con il coordinamento dell’associazione Casa Abruzzo. Il progetto è curato da Guicciardo Sassoli de’ Bianchi Strozzi per Nuova Artemarea, con la supervisione scientifica dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Un’eredità rinascimentale che guarda al futuro Come nelle antiche botteghe rinascimentali, i Cascella hanno fatto dell’arte un laboratorio intergenerazionale in cui pittura, scultura, ceramica, editoria e illustrazione dialogano con le più recenti sperimentazioni fotografiche e digitali. Dalle radici di Basilio Cascella (nato a Pescara nel 1860), fino alle ricerche di Matteo Basilè e Davide Sebastian, la famiglia ha mantenuto viva la capacità di unire radici e innovazione, costruendo una narrazione estetica che attraversa il tempo. L’Ambasciatore d’Italia a Madrid, Giuseppe Buccino Grimaldi, sottolinea come la mostra sia più di una retrospettiva: “È una meditazione sul tempo, sull’arte come permanenza, sulle forme che ci riconducono all’origine”. Accanto alle opere, il percorso espositivo ospita anche documenti storici che restituiscono la densità filologica del cammino creativo della famiglia. Arte come agente quantistico La Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, Elena Fontanella, definisce i Cascella “un agente quantistico che attraversa il tempo con il linguaggio universale dell’arte, dove memoria e divenire si intrecciano in un’estetica di visioni ed emozioni”. Una definizione che cattura l’essenza della mostra: l’arte come flusso ininterrotto, ponte tra epoche e sensibilità. Un progetto itinerante Madrid rappresenta solo la prima tappa di un percorso espositivo itinerante che porterà la Famiglia Cascella in altri Istituti Italiani di Cultura nel mondo e in sedi istituzionali, con l’obiettivo di raccontare un’Italia che cambia senza mai tradire i suoi valori fondanti di creatività, cultura e innovazione. Con La famiglia Cascella. Oltre il Tempo, la capitale spagnola si trasforma così in un osservatorio privilegiato di una storia artistica unica, che unisce generazioni e discipline, ponendosi come esempio universale di continuità e metamorfosi.
A Venezia, la Nicoletta Fiorucci Foundation si trasforma in un corpo vivo con Tolia Astakhishvili
Un progetto site-specific che abbatte le barriere tra spazio, memoria e corpo. Curato da Hans Ulrich Obrist, l’intervento inaugura il nuovo spazio veneziano della Fondazione con una riflessione radicale sulla fragilità delle strutture – fisiche e simboliche – che regolano il nostro abitare. Un nuovo battito per Dorsoduro Venezia, settembre 2025 – Non un’inaugurazione tradizionale, ma un vero e proprio rito di passaggio. Così si presenta l’apertura della Nicoletta Fiorucci Foundation nel suo nuovo spazio a Dorsoduro 2829, nel cuore di Venezia. L’edificio, un tempo proprietà del priorato di Sant’Agnese e successivamente rifugio per giovani orfane, per poi trasformarsi in studio d’artista di Ettore Tito, si offre oggi in una nuova veste: un corpo vivente, vulnerabile e pulsante, grazie all’intervento dell’artista georgiana Tolia Astakhishvili (Tbilisi, 1974). La mostra, dal titolo to love and devour, è il primo capitolo di un programma espositivo che la Fondazione intende sviluppare nel tempo, sotto la direzione curatoriale di Hans Ulrich Obrist, una delle figure più influenti del panorama contemporaneo. Un’architettura smembrata e abitata Astakhishvili ha letteralmente abitato lo spazio per mesi, lavorandovi dall’interno, come un chirurgo che conosce il corpo che deve operare. Ha abbattuto muri, lasciato altri come tracce fantasmatiche, costruito nuove compartimentazioni che disorientano il visitatore. Il percorso non è segnato da cartelli o frecce, ma solo da una porta socchiusa e qualche fotocopia del comunicato stampa: un invito implicito a perdersi. L’allestimento si sviluppa in verticale, su più piani, come un labirinto di stanze erose. Muri scarnificati, tubature sospese, detriti sparsi, finestre velate da carta gialla che tingono l’ambiente di una luce calda e ambigua: tutto contribuisce a generare un senso di spaesamento. Al piano terra, un tavolo-oggetto incorpora posate e stoviglie come reliquie di un banchetto interrotto, mentre il bagno – spogliato di porte e pareti – diventa un luogo di esposizione radicale della vulnerabilità del corpo. Disegni come anatomie, architetture come corpi Nei disegni di Astakhishvili, presentati lungo il percorso, corpi e architetture si fondono: spalle e pavimenti si sovrappongono, arti si trasformano in travi, anatomie perdono centralità. L’edificio stesso sembra sottoposto a una vivisezione: pareti aperte come costole, organi mancanti, tubature esposte come nervi. È un gesto che non mira a ricomporre, ma a rivelare il collasso delle gerarchie che regolano lo spazio domestico. «L’edificio diventa un organismo vulnerabile, segnato da traumi – un corpo che respira, che vive e muore insieme a chi lo attraversa», spiega la curatela. Dialoghi con la storia dell’arte e del pensiero contemporaneo Il progetto trova un’eco nella ricerca di Pierre Huyghe, che con Timekeeper (1999/2001) sabbiò una parete della Vienna Secession rivelandone la stratificazione storica come i cerchi di un albero. Ma se Huyghe lavora per svelare i livelli temporali attraverso un gesto di rivelazione, Astakhishvili abita l’assenza, lascia le pareti mancanti e le divisioni aperte, esponendo l’instabilità come condizione permanente. Il parallelo si estende anche ad Alessandra Ferrini, che in Gaddafi in Rome (2022) utilizza la metafora anatomica per sezionare la memoria collettiva. In entrambi i casi, l’arte si fa strumento chirurgico, capace di scavare nella materia viva della storia.
“Sensazioni Addosso”: l’alchimia visiva di Luciano Di Gregorio tra memoria, icone e metamorfosi
Nel nuovo capitolo del ciclo ICONOCLASTICA, Luciano Di Gregorio ci consegna Sensazioni Addosso, un’opera che si impone come un’ode alla fragilità e alla potenza dell’immaginario. La figura femminile, sospesa tra il reale e il visionario, si presenta come un’apparizione: volto diafano, labbra carminio, colletto rinascimentale che sembra respirare da solo. Ma è sullo sfondo – e sulla pelle stessa del soggetto – che avviene la vera rivoluzione percettiva: una folla di presenze, impronte di colore e ombre aranciate, si sovrappongono al corpo trasformandolo in palinsesto emotivo. Di Gregorio lavora come un regista dell’inconscio: ogni dettaglio diventa vibrazione psichica. Le pennellate digitali e fotografiche, fuse in un unico respiro, raccontano di un’umanità molteplice, stratificata, che abita la stessa carne. È come se il corpo ritratto fosse un campo magnetico capace di attrarre memorie, sogni e paure collettive. Il titolo Sensazioni Addosso suggerisce una fisicità emotiva: ciò che proviamo non resta astratto, ma ci veste, ci avvolge, ci trasforma. In questa chiave l’opera diventa specchio della contemporaneità, dove l’individuo è continuamente attraversato da flussi di immagini, notizie e stimoli sensoriali. L’impianto compositivo rimanda al ritratto fiammingo e al Rinascimento italiano, ma l’approccio è decisamente post-digitale: il tempo pittorico si scontra con la rapidità dell’elaborazione fotografica, generando un cortocircuito tra tradizione e futuro. Questo è il cuore di ICONOCLASTICA: non distruggere le icone, ma re-immaginarle, scardinarle dall’immobilità per restituirle vive, pulsanti. Di Gregorio invita lo spettatore a non fermarsi alla superficie estetica, ma a percepire l’opera come esperienza sensoriale totale. Sensazioni Addosso non si guarda soltanto: si sente, si indossa, si respira.
VELASCO VITALI A PIETRASANTA: TRA VENTO E TERRA, UN DUELLO DI PITTURA
Pietrasanta continua a confermarsi una delle capitali italiane dell’arte contemporanea. Alla Galleria Antonia Jannone Disegni di Architettura, fino al 24 settembre 2025, si incontra un dialogo serrato e appassionante: “Vele” e “Terra Rossa”, due cicli pittorici emblematici di Velasco Vitali (Bellano, 1960), per la prima volta presentati insieme in un unico spazio. L’allestimento è rigoroso: due metà della stanza, due universi che si guardano. Da un lato, le vele – presentate qui in galleria per la prima volta – aprono un varco verso il mare, l’aria, il movimento. Dall’altro, i campi da tennis della “Terra Rossa”, già esposti nel 2024, ci riportano a terra, a un piano geometrico e mentale, a uno spazio sospeso. Il risultato è un confronto che più che una contrapposizione sembra un respiro a due tempi: un andare e un tornare, un inspirare e un espirare, una pittura che si misura con il tempo e con sé stessa. La forza di Vitali è nella sua capacità di trasformare temi quotidiani in dispositivi concettuali. La vela diventa un esercizio di libertà e controllo: pennellate materiche e potenti che scolpiscono cieli e mari, creando immagini instabili, in bilico tra astrazione e racconto. Guardandole, sembra di sentire il vento. Il campo da tennis, al contrario, è deserto e silenzioso, privo di presenza umana: una mappa mentale, quasi un luogo dell’anima, dove le linee bianche diventano segni di orientamento, e la superficie è agitata da pennellate che ricordano il magma di un pensiero in formazione. Il progetto curatoriale della galleria funziona perché evidenzia la coerenza di una ricerca trentennale. Vitali, pittore e scultore visionario, lavora per cicli, per ossessioni. Qui lo vediamo fare i conti con due poli complementari: la leggerezza del vento e il peso della terra. Il risultato è un percorso immersivo e intimo, che invita a interrogarsi non solo sulla pittura, ma sul nostro modo di stare nel mondo: sospesi tra slancio e radicamento, tra desiderio di fuga e necessità di un luogo in cui fermarsi. Una mostra che vale il viaggio a Pietrasanta: per respirare a pieni polmoni, tra vele e linee bianche, la libertà inquieta della pittura di Velasco Vitali.
Sguardo di piccola luce
Sguardo di piccola luce Dal ciclo “Iconoclastica” di Luciano Di Gregorio Con Sguardo di piccola luce, il fotografo Luciano Di Gregorio ci accompagna in un viaggio silenzioso, fatto di ombre e chiarori, dove una giovane donna regge una candela come se fosse l’ultima scintilla di speranza in un mondo immerso nel buio. L’immagine colpisce per il suo equilibrio tra eleganza classica e sensibilità contemporanea. La modella, avvolta da veli che sembrano fumo o vento solidificato, emerge dal fondo nero come una figura sospesa nel tempo. Lo sguardo è calmo, quasi assorto, e invita lo spettatore a condividere un momento di intimità e contemplazione. La luce della candela non serve solo a illuminare la scena: diventa il vero cuore del racconto. È una luce piccola, sì, ma intensa, che sembra proteggere il volto della giovane e guidare chi osserva. È la metafora di un’umanità che resiste, di un pensiero che brilla anche quando tutto sembra spento. La scelta cromatica, sobria e raffinata, amplifica l’effetto emotivo. I verdi trasparenti dei veli e il marrone profondo dell’abito creano un contrasto delicato, quasi pittorico, che ricorda i ritratti rinascimentali e le nature morte fiamminghe. Ma qui non c’è nostalgia: c’è un dialogo tra passato e presente, tra sacro e profano, che rende l’opera viva e attuale. Il ciclo “Iconoclastica”, di cui questa fotografia fa parte, si interroga proprio su questo: cosa significa oggi creare icone, immagini che restino, in un’epoca di scorrimento veloce e consumo istantaneo? Con Sguardo di piccola luce, Di Gregorio sembra rispondere che l’arte può ancora fermarci, può ancora chiedere silenzio e attenzione. In definitiva, questa immagine è più di un ritratto: è un piccolo rito visivo, un invito a riscoprire il valore della luce — interiore ed esteriore — che ci accompagna anche nei momenti più oscuri.
L’Ultima Veggente – L’Oracolo del Silenzio
L’Ultima Veggente – L’Oracolo del Silenzio di Luciano Di Gregorio dalla serie Iconoclastica Nel panorama della fotografia contemporanea, “L’Ultima Veggente” di Luciano Di Gregorio si impone come un’opera di rara potenza simbolica, capace di fondere la tradizione pittorica fiamminga con un immaginario quasi surrealista. La composizione è una celebrazione dell’enigma: la figura centrale, avvolta in un abito di velluto scuro e impreziosita da un colletto di pizzo, richiama la ritrattistica seicentesca. Ma è la benda che ne avvolge il volto a trasformare l’immagine in un manifesto visivo dell’ignoto e dell’invisibile. Il titolo, L’Ultima Veggente, ci pone di fronte a una profezia silenziosa: l’oracolo è qui, ma la sua voce è muta, i suoi occhi sono coperti. In un’epoca in cui l’immagine è sovrabbondante e la parola urlata, Di Gregorio sembra invitarci a un ritorno al mistero, a un ascolto interiore che non passa dalla vista. I tre elementi dominanti – il rosso delle rose, il bianco delle bende e l’azzurro dell’uccello – costruiscono un linguaggio cromatico che racconta una storia di tensioni: eros e morte, purezza e sacrificio, libertà e prigionia. L’uccello, posato delicatamente sulla mano della veggente, rappresenta l’ultima possibilità di dialogo tra l’umano e il divino, un messaggero che forse canta una verità che la protagonista non può né vedere né pronunciare. La serie Iconoclastica a cui quest’opera appartiene si interroga sull’atto stesso del guardare e del rappresentare. Qui l’icona è decostruita, privata del volto, ma resa ancora più sacra attraverso il gesto rituale del bendaggio. Non è distruzione dell’immagine, ma sua trasfigurazione: Di Gregorio ci ricorda che la vera visione nasce dall’interiorità, e che la veggenza, oggi, è più che mai un atto di fede. “L’Ultima Veggente” non è un semplice ritratto: è una soglia. L’osservatore è chiamato a varcarla, a sostare nel silenzio, a interrogarsi sul proprio rapporto con l’invisibile. È in questo spazio sospeso che l’opera rivela la sua forza, trasformandosi da immagine in esperienza.
RINASCIMENTO 2.0: L’Androginismo come Icona Contemporanea
All’interno del ciclo ICONOCLASTICA, l’artista Luciano Di Gregorio ci regala con Rinascimento 2.0 una riflessione radicale sul rapporto tra identità, storia e tecnologia. L’opera, realizzata con la precisione di un antico maestro e la visione di un autore post-digitale, ci trasporta in un universo sospeso dove il passato e il futuro convivono senza frizioni. L’immagine colpisce subito per la sua impostazione classica: la posa frontale, la ricca veste rinascimentale, il velo che scivola come un fiume di organza. Tutto rimanda a un ideale di bellezza e compostezza che evoca i ritratti femminili del Quattrocento. Eppure, è proprio in questa cornice familiare che si innesta l’elemento dirompente: le cuffie futuristiche che incoronano il capo, illuminate da un bagliore blu elettrico, due rose rosse come un sigillo romantico. Di Gregorio mette così in scena un corpo androgino, sospeso tra maschile e femminile, tra carne e tecnologia. Il volto privo di capelli e tratti marcati ci spinge a interrogarci: chi è questa figura? Una dama, un cavaliere, un avatar? L’ambiguità diventa il cuore dell’opera, simbolo di una contemporaneità che rifiuta le categorie nette, preferendo fluire tra identità, ruoli e tempi storici. Il piccolo animale stretto fra le mani – un furetto dal manto dorato – richiama la tradizione leonardesca (La dama con l’ermellino), ma qui diventa quasi un compagno totemico, testimone silenzioso della metamorfosi culturale in atto. La sua presenza attenua la severità del ritratto, creando un contrappunto di tenerezza che umanizza l’intera scena. Dal punto di vista concettuale, Rinascimento 2.0 è un manifesto visivo. Ci ricorda che il Rinascimento, periodo di rinascita e riscoperta dell’umano, trova oggi una nuova forma nella fusione tra tradizione e futuro. La tecnologia – lungi dall’essere mera intrusione – diventa estensione identitaria, un nuovo “ornamento” che ridefinisce il nostro modo di abitare il corpo e il tempo. L’opera di Di Gregorio si inserisce con forza nel dibattito sull’androginismo come categoria estetica e sociale, proponendo un’immagine potente, solenne ma al tempo stesso aperta, capace di dialogare con chi osserva. Non si tratta di un semplice gioco anacronistico: è un invito a ripensare la nostra epoca, i suoi confini e i suoi simboli. Con Rinascimento 2.0, l’artista firma un’opera che è insieme omaggio, provocazione e profezia. Un ritratto che sembra dirci: il futuro è già qui, e ha il volto di chi non teme di essere molte cose allo stesso tempo. RINASCIMENTO 2.0: L’Androginismo come Icona Contemporanea All’interno del ciclo ICONOCLASTICA, l’artista Luciano Di Gregorio ci regala con Marilù Giannantonio: Visioni Psichedeliche e Colori L’arte di Marilù Giannantonio è un viaggio nell’immaginazione, un percorso in Musica per il Paradiso – Iconoclastica L’immagine che osserviamo, parte del ciclo “Iconoclastica” di Luciano Di Gregorio, Musique d’Opéra: il silenzio dell’ascolto Musique d’Opéra: il silenzio dell’ascoltoUn viaggio visivo nell’universo di Luciano Di
Marilù Giannantonio: Visioni Psichedeliche e Colori in Movimento
L’arte di Marilù Giannantonio è un viaggio nell’immaginazione, un percorso in cui il colore diventa strumento di esplorazione interiore e la tela si trasforma in uno spazio dove forme e suggestioni si rincorrono senza mai stancare l’occhio. La sua carriera nasce presto, ai tempi della scuola media, quando le fu consigliato di frequentare il liceo artistico, scelta che la porterà poi all’Accademia di Belle Arti di Roma, sezione scenografia. Giannantonio predilige la pittura ad olio, tecnica che definisce “più plasmabile e sfumata”, capace di dare vita a effetti di colore ricchi e avvolgenti. Tuttavia, non si limita a un solo mezzo: lavora anche a tempera, acrilico e perfino solo a matita, scegliendo di volta in volta il linguaggio più adatto all’opera. Per lei dipingere è un atto totalizzante, quasi fisico: “Quando dipingo sono in tensione, fino a quando non finisco il quadro non sto bene. Ci penso e mi concentro”. La sua pittura, come si vede nell’opera in visione, è un’esplosione di forme e cromie. Elementi sinuosi, quasi organici, si intrecciano a figure geometriche e spazi surreali, creando un effetto psichedelico e dinamico. I colori si collocano in contrasti vibranti, raccontando una realtà “moderna, fantastica ma anche solida”. La pop art è per lei il massimo dell’esperienza moderna, ma non disdegna il surrealismo, che considera una teoria sempre attuale. Giannantonio non lavora con bozzetti preliminari: parte direttamente dalla tela, abbozzando con la matita per poi lasciarsi guidare dal colore. Questa spontaneità le permette di esprimere la sua interiorità senza filtri, senza condizionamenti esterni: “Consiglio ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera di lavorare da soli senza avere influenze di qualcuno o qualcosa, neanche storica”. La soddisfazione più grande, racconta, è stata partecipare a mostre e vedere le proprie opere pubblicate nei cataloghi accanto a quelle di altri artisti. Il rapporto con gallerie e collezionisti è per lei strettamente professionale, e i suoi progetti futuri restano fedeli a un’idea di espressione libera e personale: “Tra 5 o 10 anni mi vedo più matura ma probabilmente sempre uguale”. La musica è sua compagna inseparabile, fonte di ispirazione costante. E mentre un nuovo quadro attende di essere terminato, Giannantonio continua il suo percorso artistico con la stessa tensione creativa di sempre, alla ricerca di un dialogo con il pubblico, perché “mi interessa il giudizio del pubblico” dice, consapevole che la sua pittura vive davvero solo quando viene guardata, interpretata e amata.
Musica per il Paradiso – Iconoclastica di Luciano Di Gregorio
L’immagine che osserviamo, parte del ciclo “Iconoclastica” di Luciano Di Gregorio, porta il titolo eloquente di “Musica per il Paradiso”. Essa raffigura una bambina palestinese di Gaza, sospesa tra la delicatezza di un ritratto secentesco e la brutalità del nostro presente, evocando in modo diretto il dramma del genocidio che attraversa la sua terra. Un’anacronistica bellezza La prima percezione è quella di un’opera che dialoga con la pittura barocca e rinascimentale: la posa composta, il costume sontuoso dalle cromie calde, la mano sul petto in gesto solenne. Questo linguaggio estetico rimanda ai ritratti di corte, dove l’infanzia era idealizzata come simbolo di innocenza e promessa di futuro. Tuttavia, qui quella promessa è incrinata: lo sguardo della bambina, pur luminoso e vivo, porta con sé una gravità che eccede il contesto iconografico. Il cortocircuito della contemporaneità Sull’armonia antica irrompe un dettaglio perturbante: le cuffie moderne nere e imponenti, appoggiate sulle orecchie della giovane modella. Questo oggetto tecnologico, apparentemente dissonante, diventa la chiave di lettura dell’intera composizione. È il segno del presente che si sovrappone alla memoria storica, il simbolo di un mondo globalizzato che penetra persino nelle rovine della guerra. Le cuffie non sono semplicemente accessorio: rappresentano la possibilità di fuga, la promessa di una musica che consola, di un suono che possa coprire le esplosioni, i lamenti, le sirene. La tensione tra vita e morte Il titolo “Musica per il Paradiso” introduce un doppio registro. Da un lato, l’idea di un ascolto intimo e salvifico, come se la bambina stesse ricevendo melodie celesti capaci di portarla oltre la brutalità del mondo terreno. Dall’altro, l’allusione funebre: in un contesto di genocidio, “paradiso” diventa luogo di trapasso, spazio in cui l’innocenza violata si rifugia. È un titolo che pesa come una condanna e una preghiera al tempo stesso. Iconoclastica: il progetto Il ciclo di cui l’opera fa parte, “Iconoclastica”, si fonda sulla volontà di Di Gregorio di decostruire e rifondare i linguaggi visivi canonici. L’iconoclastia, per definizione, è la distruzione delle immagini sacre; ma qui l’artista opera un ribaltamento: non distrugge, bensì ricompone icone nuove, in cui i riferimenti classici vengono contaminati da oggetti, simboli e temi contemporanei. Il risultato non è la cancellazione della tradizione, ma la sua rifunzionalizzazione critica: un invito a guardare al passato per comprendere meglio le tragedie del presente. L’innocenza come campo di battaglia Il fatto che la protagonista sia una bambina palestinese non è un dettaglio secondario. In essa si concentrano tutte le tensioni della violenza politica: l’infanzia che dovrebbe essere sacra, protetta, si trasforma in terreno di scontro e sacrificio. La bambina diventa icona universale della vulnerabilità umana. Il suo sorriso timido e i denti mancanti non nascondono ma amplificano la brutalità del contesto: ciò che vediamo non è solo una “figura” ma una vita reale, minacciata e ferita. Un’opera che interpella “Musica per il Paradiso” non si limita a commuovere o a stupire per la sua raffinata costruzione estetica. È un’immagine che interpella lo spettatore, che lo costringe a domandarsi: di quale paradiso parliamo? Di quale musica? L’opera diventa specchio delle nostre responsabilità, del nostro ruolo di osservatori spesso inermi, a volte complici, quasi sempre incapaci di fermare la violenza. Conclusione Luciano Di Gregorio, con questa fotografia, ci offre un’icona del nostro tempo: una bambina che porta sulle spalle secoli di arte occidentale, ma che appartiene a una terra martoriata dall’oppressione e dalla guerra. Il suo sorriso innocente, incorniciato da cuffie nere e da un abito sontuoso, diventa il simbolo dell’eterna contraddizione tra bellezza e barbarie, tra vita e morte, tra memoria e presente. “Musica per il Paradiso” è, dunque, una preghiera visiva, un atto di denuncia e al tempo stesso un inno fragile alla speranza
Musique d’Opéra: il silenzio dell’ascolto
Musique d’Opéra: il silenzio dell’ascolto Un viaggio visivo nell’universo di Luciano Di Gregorio Con la serie Iconoclastica, Luciano Di Gregorio ha intrapreso un percorso che mette in discussione, celebra e al tempo stesso reinventa il linguaggio dell’immagine, restituendo alla fotografia la forza di un’icona contemporanea. Tra le opere più emblematiche, Musique d’Opéra si distingue come una riflessione poetica sull’ascolto e sulla sacralità dell’esperienza estetica. L’immagine raffigura una giovane figura femminile dai capelli rossi, avvolta in un abito semplice dal sapore antico. Le pieghe della veste e la posa delle mani, composte ma vibranti di tensione interiore, evocano immediatamente la pittura rinascimentale e barocca: i ritratti di scuola fiamminga, le Madonne quattrocentesche, la delicatezza dei volti preraffaelliti. Eppure, al centro della composizione, l’elemento dirompente: un paio di cuffie monumentali, ornate come reliquiari, racchiudono la testa della giovane, fiorita da rose rosse che emergono come corone simboliche. È qui che Di Gregorio mette in atto la sua iconoclastia: accosta l’immaginario sacro e quello profano, il linguaggio della tradizione pittorica e l’oggetto tecnologico della modernità. Le cuffie, di solito simbolo di isolamento e consumo rapido di suoni, si trasformano in strumento rituale, quasi sacramentale. Non più accessorio quotidiano, ma reliquia preziosa, capace di trasmettere non solo musica, ma un’esperienza spirituale. Il titolo Musique d’Opéra sottolinea l’intensità drammatica del gesto: non si tratta di un ascolto leggero o distratto, ma di un’immersione totale, di una partecipazione interiore che richiama la solennità del melodramma. Lo sguardo assorto della ragazza, sospeso tra malinconia e contemplazione, ci consegna l’immagine di un’anima catturata dal potere evocativo della musica. L’arte visiva e quella sonora qui si incontrano, generando un cortocircuito sinestetico: vediamo il silenzio, ma percepiamo l’eco del suono. Dal punto di vista estetico, Di Gregorio dimostra una padronanza assoluta della luce e del colore. I toni caldi, che oscillano tra l’ocra e il bruno, costruiscono un’atmosfera di intimità e raccoglimento, mentre i dettagli delle cuffie, finemente incisi, dialogano con la texture dei capelli e con le rose, in un raffinato gioco di corrispondenze materiche. Ogni elemento sembra sospeso in una dimensione fuori dal tempo, dove il passato e il presente convivono senza contraddirsi. Musique d’Opéra diventa così un’icona della contemporaneità: un ritratto che, pur attingendo al patrimonio figurativo della storia dell’arte, parla con urgenza al nostro presente. In un’epoca in cui l’ascolto è sempre più frammentato, l’artista ci invita a recuperare la profondità di un’esperienza estetica che sia totalizzante, trasformativa, quasi mistica. Luciano Di Gregorio, con la sua Iconoclastica, non distrugge le immagini: le reinventa, le interroga, le mette a confronto con la nostra epoca digitale, offrendo al pubblico un nuovo pantheon di icone laiche. Musique d’Opéra ne è un esempio folgorante: una fotografia che si fa pittura, un ritratto che si fa reliquia, un volto che si fa specchio di un’esperienza universale.
